L'orchestrina suona, la nave affonda
Articoli / Diario di bordo
di diegus Data: 07 Giu 2005 - 11:49 PM
|
Declino. Ne avete sentito parlare, vero? E' la terribile parolina che, tra anatemi e resistenze, si fa strada nelle discussioni di politici, imprenditori ed economisti. Ma dietro quest'espressione c'è la realtà concretissima e tragica di un Paese in cui il benessere è garantito a sempre meno cittadini. E se, prevedibilmente, la maggioranza tenta di minimizzare, anche a sinistra, purtroppo, ci si preferisce accapigliare su altre questioni...
Cos'è il declino del Paese? Cos'è questa parolina magica che alcuni politici, impreditori, economisti hanno preso a sussurrare in questi mesi? Cerchiamo di stare ai fatti: quando si parla di declino si vuol dire che l'economia -e forse non solo l'economia- di questo Paese non ce la fa più, non riesce a garantire ricchezza e benessere accettabili per tutti.
Parlo di “economia” in senso ampio: mi riferisco alle imprese che dovrebbero produrre e non lo fanno (o lo fanno poco, o lo fanno altrove). O ai conti pubblici, che ci dicono che lo stato spende molto più di quanto riesca a incassare. O ancora al livello dei servizi pubblici e sociali (indispensabili per far girare un Paese, checché se ne dica), in molti casi al limite della decenza.
A molti, in realtà, la parolina in questione fa avvelenare il sangue: non tollerano nemmeno che sia sussurrata alla loro presenza. Come vi permettete di attentare al morale delle truppe? Disfattisti. Remate contro. Si inalberino pure, lor signori: ci sono un bel po' di <em>numeri</em> [1] che confortano la visione dei “disfattisti”.
Ma ci sono anche le nostre esperienze e percezioni personali, che ci dicono che non è una semplice questione di cifre a stare sul tavolo. Riconoscere che il declino non è una favola vuol dire anche rendersi conto che a fare le spese della situazione sono esseri umani in carne ed ossa: famiglie che non riescono ad andare avanti perché chi lavorava ha perso il posto. Giovani che non osano più progettare il futuro, visto che si trovano di fronte a prospettive di sola precarietà. Anziani che si vedono costretti a scegliere tra le spese per gli alimenti e quelle per la salute.
Quello che vedo nel mio ambiente non si discosta molto. Lavoro in un settore -l'informatica- che fino a qualche anno fa era considerato un mezzo Eldorado. Le offerte di impiego fioccavano e le imprese facevano ponti d'oro per accaparrarsi dipendenti di altre aziende. Adesso la musica è cambiata, e parecchio. Tra riorganizzazioni, consolidamenti e scorpori, i lavoratori che rischiano sono migliaia ogni anno. Chi ha un posto se lo tiene stretto. Cambiare? Per andare dove?
Io faccio riferimento alla realtà che conosco meglio, ma credo che in molti potrebbero portare testimonianze simili.
Non ho lo spazio né le competenze per aggiungere una mia analisi a quelle già in circolazione. Credo che, effettivamente, questa situazione abbia cause strutturali che risalgono ai decenni passati; ma anche che sia stata aggravata negli ultimi anni da una gestione scriteriata dell'economia (da parte del Governo, ma non solo).
Allo stesso modo sono convinto che purtroppo, per rimettere in moto l'Italia, non basterà un cambio di governo. Le mie simpatie politiche credo siano abbastanza chiare. Ma non mi faccio illusioni: lo stato di decomposizione del tessuto economico e sociale mi sembra talmente avanzato che dubito di un improvviso recupero; anche qualora l'anno prossimo al timone del paese ci fosse Prodi al posto del Berlusca.
A proposito, vorrei segnalarvi un libro molto interessante che inizio a leggere in questi giorni. Si tratta dell'Impresa irresponsabile di Luciano Gallino. Gallino, esperto di sociologia del lavoro, ha per molti aspetti anticipato il dibattito sul declino. Un paio d'anni fa uscì con un saggio snello e interessante (La scomparsa dell'Italia industriale) sulla lunga catena di scelte sbagliate che stanno portando alla distruzione del patrimonio industriale del Paese. L'impresa irresponsabile, da poco pubblicato, indaga invece su un male tipico del capitalismo moderno, non solo in Italia: la convinzione che l'impresa possa agire al di fuori di qualunque vincolo o responsabilità per le conseguenze (sui suoi lavoratori, sulla società, sull'ambiente). E' uno dei numerosi problemi che la classe dirigente dovrà prima o poi affrontare per raddrizzare le sorti di questo scalcinato Paese. E non sarà facile per nessuno.
Libri a parte, c'è però un dettaglio (se così lo si può chiamare) della vita politica italiana che mi fa rabbrividire. E' un sintomo ricorrente che la dice lunga sullo scollamento tra la classe dirigente e i problemi del Paese. Orbene, non vi sarete persi le uscite del Presidente del Consiglio, sull'Italia che, acciderba, è bella e ricca perché usa molto i telefonini, ha le automobili e le seconde case. Sono affermazioni sconfortanti, ma in un certo senso prevedibili, dato il soggetto in questione.
Non fanno meno spavento, però, gli starnazzi che provengono dall'altra parte dell'arena politica. La parte cioè, che si candida per un governo alternativo. Sì, ci siamo capiti, il centrosinistra. O centro-sinistra. O Ulivo. O Unione. O Gad. O Fed.
Allora, dopo una travagliata, travagliatissima gestazione, sembrava che finalmente si fosse partorito uno straccio di “soggetto politico unitario” (scusate il politichese) che potesse proporsi all'elettorato come una credibile alternativa per il governo del paese, e non come una semplice addizione di partiti e partitelli.
Ora, è vero che le divisioni stanno nel DNA della sinistra di tutto il mondo; ed era prevedibile e anche legittimo che il percorso fosse lungo e travagliato. Ma a tutto c'è un limite.
Perché, sì, per qualche mese ci è proprio sembrato che ce la si potesse fare: e infatti la risposta dell'elettorato non si è fatta attendere (ricordate i risultati travolgenti delle ultime amministrative?). Ma l'istinto suicida dei leader ulivisti era destinato avere la meglio: rischiare di vincere? E perché mai? E allora succede che un partito della coalizione, la Margherita, prende la decisione (marginale, per carità: una cosuccia, niente di importante) di affossare le liste unitarie con cui si sperava di presentarsi alle prossime elezioni politiche. Una cosuccia, per l'appunto: tant'è che l'effetto terremoto è immediato. Esplode di nuovo la gazzarra. E -per la gioia degli elettori ulivisti- via alle accuse incrociate, con i partiti “alleati” che si lanciano accuse che in un Paese “normale” sarebbero solitamente riservate agli avversari. Tutto questo allo scopo di “intercettare meglio i voti degli elettori di centro delusi dal berlusconismo”. Come no.
Uno spettacolo del genere sarebbe scoraggiante in qualsiasi circostanza. Ma dovervi assistere mentre, per l'appunto, il Paese frana fa realmente rabbrividire. La nave affonda, ma l'orchestrina continua a suonare la solita musica.
Vi ricordate? Quasi quattro anni fa, Nanni Moretti osò dichiarare, in un incontro a Piazza Navona di fronte a tutto lo stato maggiore del centrosinistra, che “con questi leader, le elezioni non le vinceremo mai”. Ricordo, per l'occasione, le levate di scudi e i commenti indignati, manco avesse bestemmiato. Ecco, la sinistra radicale e inconcludente. Ecco le derive di piazza. Ecco il movimentismo che non ci porterà da nessuna parte.
Ne è passato di tempo, da quella sera d'autunno. C'è qualcuno che se la sente ancora di smentirlo, il buon Moretti?
|
Questo articolo proviene da Il resto del web
http://www.ilrestodelweb.com/html/
URL dell'articolo:
http://www.ilrestodelweb.com/html/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=16
Link a questo articolo
[1] http://www.oecd.org/document/61/0,2340,en_2649_201185_34752381_1_1_1_1,00.html
|
|