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Ozpetek: un “cuore sacro” e qualche ingenuità

Articoli / Al cinema con Diego
di diegus Data: 27 Feb 2005 - 08:27 PM

Un universo di emarginati entra di prepotenza nella vita di una giovane manager, e fa riesplodere una specie di follia ereditaria fatta di misticismo e amore verso gli ultimi. Un Ozpetek evangelico e riflessivo, con una buona intuizione di fondo. Che però scivola in certi passi, e veste il suo “Cuore sacro” di atmosfere un po' da sceneggiato televisivo.
Ma almeno, a fare cinema non banale, lui ci prova.

Immagino ci fosse una una certa attesa per questa nuova prova di Ferzan Ozpetek, regista “turco de Roma”, che negli ultimi anni è stato fra i pochi in Italia a proporre al grande pubblico film di un discreto livello qualitativo.

Di questo, infatti, gli va dato atto: quando si mette a scrivere una sceneggiatura, Ozpetek si pone ancora il problema di raccontare qualche aspetto della realtà, di indagare nei cambiamenti sociali e culturali del nostro Paese. E' già un buon punto di partenza, visto che molto cinema nazionale si affida invece ancora a ricette precotte. No, come si dice a Roma, Ozpetek almeno “ce prova”. In linea di massima gli andrebbe bene, se non fosse per certe esagerazioni da cui nemmeno questo Cuore Sacro mi è sembrato del tutto indenne.

Anche questa volta l'idea di partenza è interessante. Siamo di fronte a una riflessione sul desiderio di spiritualità e di assoluto. Una riflessione in stile evangelico: per il quale la spiritualità passa sì attraverso i simboli religiosi, ma riesce a superarli, puntando dritto alla sostanza del rapporto con l'assoluto, che è il donarsi agli altri. Ma qui l'altruismo non ha il volto rassicurante e televisivo del don Matteo, don Marco, o don chessoio di turno. E' un altruismo totale, destabilizzante, da “pazzi di Dio”; che fa a pugni con qualunque idea di normalità, e mette a dura prova i nostri rapporti sociali.
Questo tema viene sviluppato secondo uno schema molto simile agli altri due film di Ozpetek che ho visto (mi riferisco alle Fate ignoranti e alla Finestra di fronte). C'è un protagonista che vive un'esistenza abbastanza stabile, anche se in fin dei conti insoddisfatta. Finché non gli accade qualcosa (un incontro, un lutto: i critici userebbero il termine epifania...) che mette in contatto con un mondo del tutto nuovo. Di lì comincia un percorso di scoperta che inevitabilmente pone in discussione ogni certezza.
In Cuore Sacro abbiamo una giovane e algida supermanager, Irene (Barbora Bobulova, che gioca a fare Juliette Binoche) che si impegna a ristrutturare per un investimento immobiliare il palazzo in cui vivevano i genitori, ormai morti. Ma l'incontro fortuito con una piccola e strana ladruncola, Benny (Camille Dugay Comencini) le fa scoprire pian piano il mondo della povertà estrema, degli “ultimi” che popolano seminascosti le vie della Capitale. E, parallelamente, le permette di riscoprire la figura di sua madre, dalla quale era stata tenuta lontana dal resto della famiglia.

Lo “schema alla Ozpetek” occupa praticamente tutto il primo tempo, e mi è sembrato la parte più debole di tutto il film. Non solo perché, ormai, sa inevitabilmente di già visto, ma soprattutto perché in tutta la prima parte della narrazione si registrano qua e là cadute di stile, e personaggi a volte troppo bozzettistici. A cominciare dalla piccola Benny, figura di bambina mascalzona costruita in maniera un po' furbesca. Oppure ancora, nella descrizione dei contrasti all'interno della famiglia di Irene, che assumono toni troppo calcati, da sceneggiato televisivo (complice anche un utilizzo delle musiche non proprio sobrio).

Il film si riscatta invece nella seconda parte, forse più disorganica dal punto di vista narrativo, ma anche più interessante, tutta dedicata al recupero della figura materna da parte di Irene, e al suo precipitare verso un abisso di amore e follia. A quanto pare, infatti, nel DNA di famiglia alberga un qualche gene del misticismo incontrollato, che aveva finito col far andare, almeno apparentemente, fuori di melone la madre (io qui ci ho trovato qualche suggestione di Isabel Allende, fate voi). Ma anni di “rieducazione” da parte della perfida zia, evidentemente, non sono serviti. Irene non si accontenta di riscoprire genericamente l'altruismo: ne viene consumata, e imbocca la china discendente verso una purificazione che la porterà, come S. Francesco, a spogliarsi di ogni suo bene (letteralmente, alla stazione della metropolitana di Anagnina). E anche a fare una visitina dalla psichiatra.
Anche in questo caso non manca qualche eccesso: scommetto, per esempio, che la scena in cui lei accoglie il barbone stremato a casa sua, e i loro corpi assumono la posa di una Pietà scultorea, piacerà a molti; ma a me è sembrata un po' troppo “telefonata”. Ma nel complesso, è verso la conclusione che il film presenta i suoi tratti più originali.

Allora, vale la pena questo nuovo Cuore Sacro? Tutto sommato direi di sì. E' vero, conferma tutti i punti di forza (tra questi, una certa capacità di rappresentare visivamente Roma in maniera non banale) e tutte le debolezze del cinema di Ozpetek. Ma rimane comunque un lavoro con spunti interessanti, che tentano di portare lo spettatore a riflettere. Nel cinema, come si dice a Roma, “bisogna provacce”.


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