"Hotel Rwanda": quando una sera al cinema diventa un salutare esercizio di memoria collettiva
Quell'hotel di cui tutti dovremmo sapere
La storia eroica dello “Schindler d'Africa” torna a ricordarci la tragedia della guerra civile in Rwanda. Un film ben fatto e “popolare” al punto giusto, che solleva l'interrogativo più scomodo della politica globalizzata: se la democrazia e i diritti umani non hanno confini, perché è ancora possibile perpetrare un genocidio nell'indifferenza della comunità internazionale?
di diegus
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Quando ebbe inizio la guerra civile in Rwanda, nel 1994, avevo poco più di 20 anni. Già abbastanza adulto per leggere, informarmi e farmi un'opinione. Ma di quegli eventi, io personalmente ricordo poco. Si tratta una responsabilità personale che riflette una responsabilità collettiva di gran parte di noi. Perché in verità di quella tragedia, nei paesi occidentali, se ne è parlato davvero poco. Nulla, per esempio, in confronto alla valanga di nozioni sulla cultura araba e islamica che elargiscono tv e giornali da quando le guerre in Afganistan e in Iraq hanno preso piede. Eppure le stime, per quanto approssimative, hanno delineato una tragedia dalle proporzioni immani: si è parlato di un milione di vittime.
Giusto per dare un minimo di contesto (la materia andrebbe approfondita altrove) ricordo che la carneficina del 1994 fu l'epilogo tragico di una lunga rivalità tra le due presunte etnie rwandesi: i tutsi (sono quelli che noi chiamavamo “watussi”), la minoranza socialmente privilegiata, e gli hutu, numericamente maggioritari, che finirono con lo scatenare il genocidio a danni dei tutsi.
Dico “presunte etnie” perché, ci spiegano gli storici, i concetti di etnia tutsi e hutu sono più che altro retaggio dell'ideologia coloniale prima tedesca e poi belga.
Come già è successo in altri casi, tocca all'arte fare un minimo di esercizio di memoria collettiva. La tragedia rwandese, negli ultimi tempi, è stata ripresa per esempio in alcune rappresentazioni teatrali, sia all'estero che in Italia. E adesso arriva anche il cinema. “Hotel Rwanda”, che ho visto domenica scorsa, è una coproduzione tra Regno Unito, Sud Africa e -siatene contenti- Italia. E' stato diretto da Terry George, regista e sceneggiatore nordirlandese, che ha già fotografato in alcune opere precendenti (“Nel nome del padre”, “The Boxer”) i conflitti della sua terra natale.
“Hotel Rwanda” è ispirato alla storia vera di Paul Rusesabagina, un direttore d'albergo che si è guadagnato, per il suo comportamento eroico durante il genocidio dei tutsi, l'appellativo di “Schindler d'Africa”. E in effetti le somiglianze tra le vicende raccontate nel film di George e quelle dello Schindler di Spieberg sono notevoli: il protagonista fa parte dell'élite ricca del Paese, è un hutu sposato con una tutsi, e gestisce i suoi affari con quella dose di disinvoltura che le circostanze impongono. E ovviamente non lesina omaggi agli amici che contano per “oliare” il lavoro di pubbliche relazioni.
Sarà il precipitare degli eventi a trasformarlo, forse anche oltre la sua stessa volontà, in un eroe. Il coraggioso Rusesabagina, toccata con mano la realtà della strage (che rischia innanzitutto di distruggere la sua famiglia interetnica) trasforma il lussuoso hotel di cui è responsabile in un rifugio per i perseguitati. E non esiterà a comprare, con il denaro e qualunque altro mezzo, la salvezza di un migliaio di “ospiti”.
“Hotel Rwanda” è uno di quei film che traggono vigore innanzitutto dalla forza della storia che raccontano: ma è sorretto comunque da un buona sceneggiatura e da dialoghi misurati.
C'è una grande capacità di accompagnare l'attenzione e toccare i sentimenti dello spettatore senza scadere nel patetico, e senza abbandonare l'impostazione realistica di tutta la narrazione. Il protagonista è interpretato da Don Cheadle, afroamericano con tutto il physique du role.
Una serie di parti minori sono affidate a interpreti di un certo rilievo: Nick Nolte è il colonello Oliver, responsabile delle forze Onu, che tenta di mettere una toppa all'inerzia della comunità internazionale (la sua figura è vagamente ispirata a quella del generale canadese Roméo Dallaire, che ha realmente operato in Rwanda ai tempi dela crisi). Joaquin Phoenix fa il cameraman di una tv occidentale, che dovrà alla fine fuggire con il resto degli occidentali, traumatizzato dall'impotenza nei confronti del massacro. Ci sono anche un paio di camei interessanti: Jean Reno nella è il dirigente della catena di alberghi (la Sabena, direttamente citata: si potrebbe pensare a pubblicità occulta, ma la compagnia è fallita nel 2001); il nostro Roberto Citran si vede per qualche minuto nella parte di un sacerdote francese.
Siamo di fronte a un prodotto per il grande pubblico, che si pone come primo obiettivo far conoscere, rompere il velo; far prendere coscienza allo spettatore di un genocidio che, a suo tempo, venne tenuto colpevolmente sotto silenzio.
E' proprio il tema dell'abbandono il tragico motivo di sottofondo di tutto il film. Sono le figure del generale Oliver, del cameraman Jack, dell'operatrice della croce rossa Pat Archer a incarnare l'atteggiamento ambivalente del mondo avanzato, diviso tra una gran voglia “ufficiale” di ignorare la mattanza, e l'impegno dei singoli che hanno deciso di non lasciar correre.
Allo stesso Rusesabagina, che si era cullato nell'illusione di contare qualcosa per i governi occidentali, non resta che constatare che la salvezza, alla fine, dovrà conquistarsela da solo, insieme ai suoi compagni di prigionia.
Hotel Rwanda non è una storia “della tragedia”, ma una storia “nella tragedia”. Il film non fornisce una spiegazione analitica delle cause del conflitto. E, pur senza addolcire nulla, sceglie di non indugiare troppo nel mostrare i lati più atroci del genocidio. E' una scelta che alla fine non penalizza il risultato, perché aiuta l'essenzialità della trama, senza togliere mordente al problema che il film intende sollevare: come sia possibile che, nel tempo del mondo globalizzato, della democrazia da esportazione, una catastrofe di queste dimensioni possa essere stata consumata nell'indifferenza della comunità internazionale. Il problema attende ancora una soluzione, a giudicare da cosa avviene oggi, per esempio, nel Darfur.
(20 Mar 2005 - 01:03 PM)
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